Rivisitiamo alcuni momenti storici e importanti del perché e come la pizza napoletana oggi abbia questi riconoscimenti. (dagli archivi storici di A.P.E.S.)
La posizione di A.P.E.S. è la salvaguardia della Pizza Italiana in ogni sua espressione e territorio. Pizza madre del pane, volendo evidenziare che la storia tutta racconta come la prima forma del pane fu una schiacciata e che su questa venivano posti cibi poveri e gli scarti di lavorazione di formaggi, frattaglie, erbe aromatiche e minutaglie di pesce, lardo e salumi.
L’A.P.E.S., prima associazione di categoria nel settore pizzerie, fondata nel gennaio 1981 a Taormina, con il suo terzo Convegno a Napoli nel 1984, apre la strada alla caratterizzazione della pizza napoletana, promuovendo con Antonio Savastano e Antonio Pace la fondazione dell’AVPN Associazione Verace Pizza Napoletana. Con l’approvazione di A.P.E.S. viene scritto il primo testo del disciplinare napoletano, così come viene ribadito nel Congresso realizzato sempre da A.P.E.S. a Napoli in occasione del Centenario della Pizza Margherita. Contributo riportato dalla stessa stampa napoletana.
Sino al 1984, Napoli non dava grande importanza al piatto partenopeo, anzi, la pizza era classificata “cibo dei poveri” e in verità tanti ne aveva sfamato: la sua prerogativa era di essere difficile da digerire, costava poco e permetteva al popolo di sentirsi sazio a lungo, era venduta per strada e più nota era la pizza fritta.
Nel 1995, con il terzo Congresso A.P.E.S. a Napoli si intravvide subito la volontà napoletana di voler surclassare nell’immaginario popolare il grande lavoro che tanti pizzaioli di ogni parte d’Italia avevano e hanno sviluppato nel mondo. Non è reale il fatto che siano stati i napoletani a divulgare nel mondo la pizza: ai tanti migranti italiani quando veniva chiesto loro da dove venivano, per semplificare si dichiaravano napoletani mentre erano di Salerno (famosi i tramontini), beneventani, casertani, ma anche calabresi, veneti e pugliesi.
Sicuramente alcune famiglie napoletane si trasferirono in America, ma non ebbero certo molta immagine se gli americani come i cinesi dichiararono a lungo di essere loro gli inventori della pizza.
Comunque, il successo di A.P.E.S. stimolò i napoletani a presentare nel 1998 domanda per la certificazione UNI del prodotto, e A.P.E.S., a difesa della pizza italiana riuscì a farvi apportare alcune importanti modifiche prima della conclusione dell’iter (dalle lievitazioni alle cotture nel forno a legna…)
Il successivo passo dei napoletani fu presentare domanda nel 2004 per la STG e anche qui le versioni del disciplinare subirono diversi rimaneggiamenti per adeguarsi alle normative europee in essere. Contemporaneamente a Napoli i pizzaioli si dividevano in più associazioni non riconoscendo in molti i concetti della Associazione di Pace.
Anche in questa sede APES intervenne presso Bruxelles e si riuscì infine quantomeno a evidenziare nella STG che non vi era riserva di nome.
Ai primi di ottobre 2014 un servizio di Report dal titolo molto significativo “Non bruciamoci la pizza” evidenziò a grandi lettere come i pizzaioli napoletani, ma non solo, fossero discordi e impreparati sulla preparazione del piatto e sulla conoscenza minima dell’igiene in pizzeria. Molti pizzaioli italiani protestarono e se ne vergognarono temendo ripercussioni sul lavoro, ma non i napoletani…
…E Napoli presentò domanda all’UNESCO per ottenere il riconoscimento di patrimonio immateriale.
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