Newsletter 84 / 15.12.2008


L’agricoltura italiana di fronte ai nuovi scenari evolutivi
Export vino: primi nove mesi calo ridotto, ma sempre calo
Gli insaccati italiani sono buoni e sani
Un bambino su cinque in trattoria ogni settimana
Niente latte crudo nelle mense, obbligo bollitura



L’agricoltura italiana di fronte ai nuovi scenari evolutivi
Sia nella rubrica “Percorrendo la filiera” del sito ASA sia su altre testate segnalo ripetutamente sia le non numerose performance positive del comparto sia quelle negative, ribadendo in pari tempo il buon lavoro che il Ministro Zaia in pochi mesi è riuscito a compiere risvegliando, anche se non ancora completamente, il suo Dicastero ancora permeato da incrostazioni burocratiche e pesantezze intollerabili. Commentando l’ultimo rapporto Nomisma sull’agricoltura italiana, promosso da Confagricoltura, recentemente presentato, perdurano antiche preoccupazioni sul futuro del settore lungo tutta la sua filiera. In uno scenario di muscolosi e rapidissimi cambiamenti (riforma della PAC, verifica del bilancio comunitario in corso, prezzi agricoli in altalena, crisi finanziaria ed economica in atto a livello mondiale), il tema della competitività delle aziende agricole rappresenta un fattore con il quale fare i conti per lo sviluppo futuro dell’intero sistema agroalimentare nazionale e quindi della centralità dell’impresa agricola nel sistema economico.
La nota più dolente è l’annoso ritardo strutturale dell’italica agricoltura che contraddistingue questo settore rispetto ai principali competitori europei. Qualche esempio con relativi “noiosi” numeri? Su una media comunitaria di circa 12 ettari di superficie agricola utilizzata (Sau ) per azienda, l’Italia ne conta poco più di 7 contro i 49 della Francia e i 44 della Germania. Le imprese del nostro Paese di ampiezza superiore ai 50 ettari pesano per solo il 2% mentre incidono per il 35% in Francia e il 22% in Germania. E’ fuor di dubbio che questo ‘minimalismo’ dato dall’elevata frammentazione aziendale e dei poderi non consente di sfruttare al meglio tecnologie e innovazioni (che invece marciano a grande velocità), portando la produttività a valori inferiori a tutti i nostri principali concorrenti: 18.200 euro di valore aggiunto per addetto contro i 30mila della Francia, i 22.300 della Spagna e i 20mila della Germania. Un gravame che vanifica, o quantomeno sminuisce gli sforzi di parecchie nostre imprese che non possono sfruttare i vantaggi derivanti dal buon posizionamento competitivo detenuto dai prodotti agroalimentari italiani sui mercati internazionali. L’export, malgrado tutto va benino, ma assai meglio potrebbe rendere. Nel decennio (‘97/2007), la quota dell’Italia nel commercio agroalimentare mondiale è passata dal 2,8% al 3,1%, collocandosi al 10° posto nella hit parade internazionale tra Paesi esportatori. Il dato sottende una crescita nei valori del nostro export agroalimentare (+104%), contro una media mondiale ferma all’89% ma che ha visto contestualmente crescere quelli di Brasile, Cina, Germania e Spagna a ritmi superiori e, al contrario, diminuire quelli di Stati Uniti, Francia, Canada, Regno Unito e Australia. Vino, ortofrutta fresca e trasformata rappresentano i primi tre comparti delle esportazioni agroalimentari italiane che, congiuntamente, rappresentano il 35% dell’intero valore delle vendite oltre frontiera per un valore di 23,7 miliardi di euro. Secondo quanto emerge dal Rapporto, altra strozzatura che soffoca lo sviluppo è la difficoltà del ricambio generazionale dei capi azienda la maggior parte di essi ultra 65enni, anche se oggettivamente alcuni segnali di rinnovamento si notano.
Ma osserviamo quali sono i più sentiti punti di criticità alla luce dell’indagine Nomisma effettuata su 500 imprese ripartite sull’intero territorio nazionale.
IL MACIGNO DELLA BUROCRAZIA. Noi divulgatori ne parliamo, ne scriviamo, puntiamo l’indice, polemizziamo: figurarsi l’imprenditore agricolo. “Vox clamantis in deserto” che tradotto da gente imbufalita ha un significato non precisamente dotto né elegante. Quello della semplificazione burocratica rappresenta un’annosa questione irrisolta. Basti infatti pensare che oltre il 65% delle imprese concorda sul fatto che gli adempimenti burocratici rappresentano un problema da risolvere, e una percentuale superiore ritiene che negli ultimi dieci anni le problematiche aziendali collegate alla burocrazia siano addirittura peggiorate tanto che questi adempimenti fanno perdere ogni anno più di 60 giornate. L’accesso al mercato finale viene considerato un altro serio problema da risolvere; per oltre il 60% degli intervistati l’incapacità di andare oltre il localismo e la delega a terzi delle proprie produzioni rappresentano i motivi principali che non permettono alle imprese di collocare in maniera ottimale e redditizia i propri prodotti. Evitare la filiera lunga si può eccome, ma in verità esistono angoli oscuri e troppi “manovratori” che lo impediscono.
Sul fronte della manodopera sono i costi elevati, la formazione professionale non adeguata e l’incapacità di reperire forza lavoro con tempestività i vincoli maggiori.
ABBASSO LA CHIMICA SUI CAMPI? “MA MI FACCIA IL PIACERE”, DICEVA TOTÒ. Infatti le imprese concordano che agrofarmaci e fertilizzanti chimici presentano un’utilità elevata per la produttività. Dall’indagine è emerso chiaramente che in caso di “non” utilizzo degli agrofarmaci il 39% delle imprese rischierebbe di perdere dal 25% al 50% della propria produzione annuale; un altro 22% rischierebbe un calo dal 50% al 75% mentre un altro 13% potrebbe vedere andato perduto l’intero raccolto. Le considerazioni conclusive che il Rapporto di Nomisma ha messo in luce focalizzano i punti di forza e le criticità del sistema agroalimentare nazionale ed evidenziano limpidamente la necessità per le imprese agricole di migliorare la propria competitività. Un obiettivo da raggiungere attraverso l’intervento su alcune leve come quella dell’organizzazione produttiva (mediante processi di aggregazione, concentrazione dell’offerta e ulteriore qualificazione delle produzioni) e della commercializzazione attraverso uno sviluppo dell’internazionalizzazione e delle relazioni con la GDO, ai quali devono essere affiancati nuovi strumenti in grado di migliorare la gestione del rischio e politiche specifiche più efficaci sui singoli fattori di competitività delle imprese per il lavoro, per la semplificazione burocratica, per l’accesso al mercato e al credito. Giuseppe Cremonesi. www.asa-press.com
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Export vino: primi nove mesi calo ridotto, ma sempre calo
Migliorano, seppur restando negativi, i dati dell’export italiano. A settembre, il calo a volumi è stato ridotto al 7%, a poco meno di 13 milioni di ettolitri, contro il -9% archiviato nel primo trimestre e confermato poi a giugno. Si riduce però il fatturato, sceso regolarmente nel corso dell’anno: dal +8% del primo trimestre si è passati al +6% del semestre per arrivare al +5,4% odierno, a 2,6 miliardi di euro. Una situazione di difficoltà evidente, specialmente in alcuni mercati strategici: Germania (-11%), Usa (-4% a volume e -5% a valore), Repubblica Ceca (-4%), Francia (-35%), Austria (-24%). Segni di stagnazione in Canada, Svizzera (poco meno dell’1% in più come volumi), Giappone (+1,6%) e per la prima volta da molto tempo a questa parte si registra il meno anche in India, soprattutto a valori (-15%), e lo stop della Cina (+0,2%).
A parziale consolazione, si registra la ripartenza del mercato russo, dopo un semestre passato in apnea, con volumi saliti di un robusto +36% e valori a +24%, le buone performance del mercato scandinavo, a eccezione della Danimarca, e di quelle dell’Oceania e del mercato dell’Est europeo in generale. Bene anche Messico e Brasile, accomunati da aumenti nell’ordine delle due cifre.
Per quanto concerne le tipologie, i vini in bottiglia archiviano un -3% a volume per una crescita a valore modesta (+2,4%), mentre lo sfuso, a fronte di un fatturato cresciuto dell’8%, segna una pesante battuta d’arresto (-18%). In sofferenza tutto il segmento dei vini confezionati sotto i 13°, sia Vqprd che da tavola, sia bianchi che rossi, con segni meno più accentuati per questi ultimi, mentre gli unici a crescere decisamente sono i vini rossi sopra i 13°, da tavola e Vqprd, che segnano incrementi a volume e valore a doppia cifra, confermati anche nel segmento sfuso ma solo per quelli da tavola. Bene il comparto frizzanti in bottiglia, al contrario di quelli sfusi, mentre la spumantistica consolida la sua marcia, definibile ormai trionfale, con volumi in aumento del 19% e un fatturato che sfiora i 200 milioni di euro (+29%). C.Fl. www.focuswine.it
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Gli insaccati italiani sono buoni e sani
"La carne italiana è buona, quindi gli italiani devono consumare il più possibile 'prodotto italiano di prossimità', tanto più nel caso della cane suina che è un prodotto autoctono". E' l'invito che il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia fa agli italiani il giorno dopo la scoperta dei casi di contaminazione da diossina di alcuni maiali allevati in Irlanda. Zaia ci tiene però a precisare che "in Italia la filiera del controllo funziona e il consumatore ha sempre sotto mano, in maniera trasparente, la tracciabilità del prodotto, cioè la possibilità di identificarne l'origine, e questo consente, in casi di emergenza come questo, di arrivare immediatamente a tutelare la salute pubblica".
Il Ministro sottolinea inoltre che "nel momento in cui il Ddl che prevede l'obbligatorietà dell'etichetta di origine su tutti i prodotti alimentari sarà legge, a tutte queste informazioni si potrà accedere con ancora maggiore tempestività ed incisività a tutela del consumatore".
Il ministro Zaia, inoltre, in un'intervista a "Il Giornale", ha affermato che "il problema c'è. Non per il caso specifico della carne irlandese, sia chiaro. Ma se non si fissano regole chiare a livello europeo, fra qualche anno rischiamo di trovare nelle nostre tavole le peggiori schifezze, senza sapere nemmeno cosa stiamo mangiando". Per il Ministro, però, la carne in macelleria non è "assolutamente" a rischio. "Primo, ha spiegato il Ministro, perché sono già scattati controlli a tappeto. Secondo, perché l'Italia importa pochissima carne dall'Irlanda, a differenza di altri Paesi come la Gran Bretagna e la Germania. Terzo, perché di ogni bistecca già oggi vengono registrate accuratamente caratteristiche e provenienza, cosa che purtroppo non si può dire per molti altri alimenti. Quindi, su questo caso specifico, ha concluso il Ministro, ci tengo a rassicurare tutti i cittadini. Detto questo, a casa mia... io mangio solo carne italiana perché so che dietro a ogni bistecca e costicina c'é una filiera garantita al cento per cento. La nostra produzione agroalimentare è sinonimo di sicurezza, qualità e identità". Aiol – www.politicheagricole.it
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Un bambino su cinque in trattoria ogni settimana
Sono milioni i pasti serviti ogni giorno dalle mense scolastiche ai bambini che peraltro in una percentuale di oltre il 20 per cento si recano almeno una volta alla settimana si recano in pizzeria o al ristorante. E' quanto afferma la Coldiretti che ha presentato il primo Marchio Qualità Ristorazione per Bambini certificato da Ismecert anche per affrontare la crescente diffusione di casi di obesità e soprappeso tra le giovani generazioni che in Italia coinvolge il 36 per cento dei bambini. Esiste il rischio concreto che - sottolinea la Coldiretti - i ragazzi di questa generazione per la prima volta nella storia possano essere i primi ad avere una vita piu' breve dei propri genitori per colpa delle malattie causate dall'obesità e dal soprappeso che sono un importante fattore di rischio per molte malattie come i problemi cardiocircolatori, il diabete, l'ipertensione, l'infarto e certi tipi di cancro. Per questo - precisa la Coldiretti - occorre intervenire con l'informazione nelle case e nelle scuole ma anche nei luoghi di ristorazione a partire dalle mense che sono frequentati in misura crescente dai ragazzi per favorire una alternativa alla diffusione del junk food.
Il fatto che maggiori problemi si registrino in Campania con il 51 per cento dei bambini obesi o in soprappeso è la conferma - sottolinea la Coldiretti - degli effetti del progressivo abbandono a tavola dei principi della dieta mediterranea che con pane, pasta, frutta, verdura, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari hanno consentito agli abitanti del Belpaese di conquistare fino ad ora il record della longevità con una vita media di 78,6 anni per gli uomini e di 84,1 anni per le donne, nettamente superiore alla media europea.
E proprio a Napoli in Campania nella patria della dieta mediterranea si è svolta la prima g ara culinaria tra squadre di baby-chef, armate di mestoli e padelle, sotto la regia di cuochi professionisti. L' iniziativa fa parte del progetto “Slurp - Uno chef per amico” promosso dalla Coldiretti in Campania in partnership con Città del Gusto dove apre il primo ristorante certificato con apposito Marchio Qualità Ristorazione per Bambini . Il ristorante diventa luogo di aggregazione sociale coinvolgendo l'intera famiglia, dando anche spunti per una cucina salutare ma colorata ed appetibile per un pubblico di piccoli gourmet. L'obiettivo del progetto è quello di diffondere una sana e corretta cultura gastronomica nel mondo dei bambini, considerando le problematiche dietetiche e sociali legate all'infanzia. Per questo è stato necessario coinvolgere direttamente gli chef, che in sinergia con figure istituzionali ed esperti nelle problematiche specifiche, per la prima volta, non solo si sono poste il problema ma hanno sottoscritto l'impegno di creare proposte che siano di esempio positivo anche per la scuola e la famiglia. www.coldiretti.it
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Niente latte crudo nelle mense, obbligo bollitura
Il latte crudo è salvo: sventato il rischio di blocco dei distributori automatici di latte non pastorizzato, di filiera corta, a prezzo conveniente (un euro a litro), un ordinanza del ministero del Welfare lo vieta però nelle mense scolastiche e ne fissa a tre giorni la scadenza. Ma, soprattutto, da ora i 1111 distributori automatici che erogano sei milioni di litri l'anno, dovranno obbligatoriamente riportare una indicazione igienica indispensabile per consumare questo tipo di latte in sicurezza: "Prodotto da consumarsi solo dopo bollitura". L'obiettivo è quello di evitando le infezioni da Escherichia coli, il terribile batterio che ha causato fra i consumatori di questo prodotto una decina di sindromi emolitico uremiche (che porta alla dialisi) fra il 2007 e i 2008.
"Con l'ordinanza firmata oggi - ha spiegato il sottosegretario al Welfare, Francesca Martini - si è voluta tutelare la salute dei consumatori ma anche gli allevatori". Il latte italiano, ha aggiunto Martini che ha incontrato questa mattina il ministro dell'Agricoltura Luca Zaia, "é di grande qualità " e, hanno confermato Silvio Borrello, direttore della sanità animale del ministero e Romano Marabelli capo dipartimento della sanità animale dello stesso dicastero, i controlli veterinari sono costanti e attenti. "In tutto ci sono in Italia 1.111 distributori e l'obiettivo dell'ordinanza è quella di fare in modo che i consumatori possano utilizzare questo prodotto in sicurezza, risparmiando e utilizzando un alimento che arriva dal proprio territorio".
"Sosterrò sempre i distributori di latte crudo nelle aziende agricole", ha detto il ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia ed anche il suo predecessore, Paolo De Castro, insieme ad altri senatori del Pd aveva sollevato ad ottobre la questione di dare una "corretta e trasparente informazione" ai consumatori. "E' più che giusto - sottolinea il senatore De Castro - dare le opportune informazioni su come si deve consumare il latte crudo e concordiamo con l'ordinanza del ministero del Welfare. Mi auguro solo che la vicenda delle infezioni di alcuni bambini
non porti ad una demonizzazione di questo strumento che è utile sia agli agricoltori che ai consumatori".
Il latte crudo venduto direttamente dagli allevatori attraverso i distributori non fa parte dei 10,5 milioni di tonnellate di latte che costituiscono la quota di produzione assegnata all'Italia dal regime delle quote latte e che, dal '84 fino alla campagna 2006-2007 e' costata 3,9 miliardi di euro di multe. Il latte crudo venduto direttamente dai distributori fa parte invece della produzione destinata appunto alle vendite dirette e che il regime europeo ha fissato a 250 mila tonnellate, un tetto molto inferiore delle quote di produzione di latte consegnato all'industria. Nella quota di produzione di latte destinato alle vendite dirette - spiega il responsabile del latte di Coldiretti Giorgio Apostoli - rientra non solo il latte crudo venduto dai distributori ma anche il latte utilizzato per la preparazione dei formaggi venduti poi direttamente in azienda. Secondo i calcoli di Coldiretti attualmente la quantità di latte crudo distribuito direttamente ammonta a 550 mila quintali, grosso modo il 5% dell'ammontare di latte fresco pastorizzato consumato in Italia pari a 9,6 milioni di quintali, mentre il consumo di latte a lunga conservazione sale invece a 14,3 milioni di quintali. In occasione dell'Health Check della Politica Agricola Comune (Pac) l'Italia è riuscita ad aumentare la propria quota di produzione di latte di altri 620 mila tonnellate che saranno assegnate con la campagna lattiera del 2009. www.ansa.it
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare Italiana
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