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Newsletter 57 / 4.5.2008


Mozzarella di bufala campana: positivi i risultati del Piano di Controllo
Boom all’estero di frutta e verdura made in Italy
Apofruit annuncia altri investimenti
Protocollo d’intesa tra Ministero della Difesa e INRAN
Il week end ideale dell’enoturista
Restaurant Magazine” dà i voti alla ristorazione mondiale


Mozzarella di bufala campana: positivi i risultati del Piano di Controllo
Si è conclusa la seconda fase del Piano di controllo ufficiale predisposto dal Ministero della salute, in collaborazione con la Regione Campania, per la determinazione dell’ampiezza del fenomeno di contaminazione da diossina della mozzarella di bufala prodotta in detta regione. Il Programma di campionamento, approvato dalla Commissione Europea, prevedeva:
· una prima fase il controllo degli allevamenti conferenti il latte bufalino nei caseifici ubicati nelle province di Caserta, Napoli ed Avellino,
una seconda fase: il controllo del latte bufalino nelle province di Salerno e Benevento
· una terza fase, sulla base dei riscontri analitici, il controllo di altre filiere produttive quali la bovina ed ovicaprina.A conclusione di questo percorso, effettuato in tempi veramente brevi, i risultati hanno evidenziato che il “problema diossina” esiste in modo circoscritto e comunque in misura ridotta rispetto a qualche anno fa, quando i riflettori dei mass-media, della comunità nazionale e internazionale, non erano puntati sulla Regione Campania, attirati dall’“emergenza rifiuti urbani”.Le attività di controllo ufficiale, condotte in Campania, hanno permesso, grazie alle negoziazioni condotte dal Ministero degli Affari Esteri, sulla base delle informazioni e della documentazione fornita dal Ministero della salute, di limitare, da subito, le ripercussioni negative legate alla commercializzazione dei prodotti lattiero caseari provenienti dall’intero territorio italiano, quali ad esempio Corea del Sud, Cina, Giappone, Hong-Kong e Taiwan. Il Ministero della Salute è intervenuto, inoltre, sulle Autorità di quei Paesi terzi, nostri partner commerciali, con cui sono stati instaurati rapporti improntati a reciproca fiducia, quali: Argentina, Australia, Bielorussia, Brasile, Canada, Cile, Croazia, Emirati Arabi Uniti, Federazione Russa, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Stati Uniti d’America, per fornire tutte le informazioni disponibili; ciò ha fatto si che detti Paesi non adottassero alcun provvedimento. Grazie all’impegno profuso, da tutti i soggetti coinvolti nella predisposizione ed attuazione del Piano (Ministero, Regione, Servizi veterinari delle Aziende sanitarie della Campania) è stato scongiurato il pericolo dell’applicazione della “clausola di salvaguardia” nei confronti dell’Italia da parte della Commissione Europea.
Non va dimenticato il ruolo svolto dagli Istituti zooprofilattici sperimentali di Napoli e di Brescia e dell’Istituto Superiore di Sanità e del Centro di referenza nazionale per le diossine dell’Istituto di Teramo, nonché del Consorzio Interuniversitario Nazionale “La chimica per l’ambiente” di Porto Marghera e di un laboratorio privato di Amburgo, proposto dalla stessa Commissione U.E., che hanno fornito la loro piena collaborazione ai fini dell’attuazione di detto Piano favorendo il raggiungimento degli obiettivi nel più breve tempo possibile.I risultati Nel corso della prima fase, che ha coinvolto le province di Napoli, Caserta e Avellino, sono stati prelevati in 173 caseifici 271 campioni di latte, provenienti da 646 diversi allevamenti.Alla luce dell’interpretazione degli esiti analitici, effettuata dall’Istituto Superiore di Sanità e dall’IZS dell’Abruzzo e Molise, Laboratorio Nazionale di referenza per le diossine, sono risultati conformi 232 campioni, pari all’85,6%, mentre 39 campioni (pari al 14,4% degli esaminati) sono risultati non rispondenti ai limiti cautelativi fissati in via provvisoria dal piano concordato con le autorità comunitarie .Ciò ha permesso di individuare 102 allevamenti potenzialmente contaminati che sono stati già posti sotto sequestro sanitario. Nella seconda fase del piano di campionamento, che ha interessato le province di Salerno e Benevento, sono stati prelevati 116 campioni di latte da 67 diversi caseifici, interessando 313 allevamenti. Tutti i campioni analizzati sono risultati conformi. Ciò ha confermato che tali province non sono state interessate dal fenomeno della contaminazione da diossina. Negli allevamenti conferenti latte ai caseifici in cui è stato riscontrato il superamento dei limiti fissati, sono in corso gli opportuni approfondimenti che prevedono, tra l’altro, il prelievo di campioni di latte e di alimenti zootecnici in ogni singolo allevamento conferente, il divieto di cessione o commercializzazione, a qualsiasi titolo di latte e prodotti lattiero-caseari da essi provenienti, e il divieto di movimentazione degli animali di qualsiasi specie, ivi presenti. Per quanto riguarda inoltre i controlli effettuati sugli 83 allevamenti posti sotto sequestro, che avevano fornito il latte ai 25 caseifici i cui prodotti erano risultati positivi per diossina nel mese di marzo, n. 48 sono risultati negativi alle analisi condotte su campioni di latte e mangime, 31 sono risultati positivi alle analisi sul latte e 4 sono risultati positivi alle analisi sul latte e mangimi Grazie a questa operazione di controllo, effettuata in tempi rapidissimi, e che completa le verifiche già effettuate nei mesi di febbraio e marzo, si sono ottenuti i seguenti risultati: 1. l’isolamento degli allevamenti a rischio diossina con il loro sequestro cautelativo; 2. l’identificazione degli allevamenti contaminati dalla diossina, che consentirà di avviare le bonifiche necessarie a rimuovere le cause della contaminazione; 3. la garanzia sul fatto che tutto il latte di bufala campano commercializzato in ambito nazionale ed internazionale è in regola con le norme sulla diossina; 4. la certezza che tutti prodotti derivati dal latte di bufala campano commercializzati in ambito nazionale ed internazionale sono in regola con le norme sulla diossina. In conclusione, oggi, tutti i nostri prodotti lattiero-caseari, mozzarella di bufala campana inclusa, possono essere commercializzati liberamente sul mercato internazionale, senza sottostare a rafforzamenti di controlli alle frontiere degli altri Paesi. Nei Paesi in cui sono state fatte analisi per la ricerca di diossina in mozzarelle, come ad esempio il Belgio, i prodotti sono risultati tutti conformi. www.politicheagricole.gov.it
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Boom all’estero di frutta e verdura made in Italy
Gli italiani mangiano sempre meno frutta e verdura (i consumi domestici sono scesi, rispettivamente, nel 2007 del 2,5 per cento e del 4,2 per cento), ma all’estero il “made in Italy” continua ad essere apprezzato: nello scorso anno le esportazioni ortofrutticole sono aumentate, per un valore dell’11,3 per cento, mentre le importazioni sono scese dello 0,4 per cento. Il saldo export-import è stato di oltre un miliardo di euro, con un incremento del 52 per cento rispetto al 2006. E’ quanto rileva la Cia-Confederazione italiana agricoltori la quale evidenzia le due facce della stessa medaglia. Da una parte la vitalità del settore sulle piazze internazionali, dall’altra le difficoltà che si riscontrano nel mercato interno, dovute anche ai pesanti rincari al dettaglio che si sono registrati nell’ultimo anno e che hanno contribuito al ”taglio” dei consumi.
La Cia sottolinea che nel 2007 sono stati spediti oltre confine prodotti ortofrutticoli per un valore complessivo di 3 miliardi e 366 milioni di euro. Un vero exploit si è avuto per gli agrumi (più 17,5 per cento), per la frutta secca (più 17,8 per cento) e per la frutta fresca (più 12,9 per cento). Molto bene anche i legumi e gli ortaggi che hanno messo a segno una crescita pari al 7,7 per cento. Per quanto riguarda le singole produzioni -rileva la Cia- si è avuto, oltre alla consistente crescita dell’export di agrumi, un positivo andamento specialmente per kiwi, uva da tavola, mele, pere, cavolfiori, broccoli e patate. Mentre tra i mercati esteri che hanno fatto registrare gli incrementi più significativi per il “made in Italy” spiccano gli Usa, la Germania, la Russia e il Regno Unito. Nello specifico -segnala la Cia- le esportazioni di legumi e di ortaggi sono state, in valore, di circa 870 milioni di euro, quelle di agrumi di 135 milioni di euro, quelle di frutta fresca di circa 2 miliardi di euro e quelle di frutta secca di 272 milioni di euro. Le importazioni, sempre in valore, sono state di oltre 2 miliardi e 340 milioni di euro. Tra esse spiccano i legumi e gli ortaggi (più 5,5 per cento) e gli agrumi (più 16 per cento), mentre crollano quelle di frutta secca (meno 14,3 per cento).
Di diverso tenore il trend dei consumi domestici nazionali che proseguono la loro discesa. Complessivamente il settore dell’ortofrutta -afferma la Cia- ha avuto un calo del 2,8 per cento. L’ unico segmento che evidenzia una domanda in crescita è quello degli ortaggi di IV e V gamma con un aumento che è risultato pari al 2,5 per cento. www.cia.it
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Apofruit annuncia altri investimenti
A due anni dalla precedente ed analoga convention, e cogliendo nuovamente l’occasione di Macfrut, Apofruit Italia ha di nuovo incontrato a Cesena clienti, fornitori, istituzioni e partners per illustrare i risultati ed i progetti di questi due anni impegnativi ma fruttiferi. E che siano stati anni importanti (dopo due annate di profonda crisi del comparto ortofrutticolo) lo dimostrano anche i dati che fotografano l’attuale identikit della grande cooperativa che, partita in Romagna 48 anni fa, ha saputo diventare una grande azienda italiana con stabilimenti propri e soci diretti nelle zone strategiche della nostra penisola. Un vero e proprio sistema a rete che permette alla cooperativa, pur nelle complessità innescate dalle sue grandi dimensioni, di mantenere una notevole flessibilità e soprattutto di dare ad ogni produttore l’esatto risultato del mercato. Un sistema che consente anche di fornire ai clienti un pacchetto molto ampio di prodotti.
Oggi Apofruit Italia conta 4.300 soci, 11 stabilimenti e 6 centri di ritiro, lavora annualmente 250 mila tonnellate di prodotto conferito dai soci, ha un fatturato consolidato di 230 milioni di euro e un patrimonio netto di 60 milioni di euro. Attualmente dà lavoro a 160 dipendenti fissi e 2400 stagionali. Negli ultimi tre anni ha investito 24,6 milioni di euro in strutture e nuove tecnologie. In Metaponto, dove oggi opera con due stabilimenti, ha sviluppato la produzione e potenziato le strutture. Ha portato a termine il processo di fusione con Agra-Solemilia di Modena e ha avviato una precisa politica di sviluppo in Sicilia. Cosicché oggi può contare su 3 stabilimenti di lavorazione in Emilia (Vignola, S.Martino in Spino, Altedo), 4 stabilimenti di lavorazione (Pievesestina, Longiano, Forlì e S.Pietro in Vincoli) e 3 di ritiro e stoccaggio (Russi, Piagipane, S.Pietro in Campiano) in Romagna, 1 stabilimento di lavorazione ad Aprilia (in provincia di Latina), 2 a Scanzano Ionico (provincia di Matera), due centri di ritiro (Catania e Delia) e 1 stabilimento di lavorazione (Donnalucata in provincia di Ragusa) in Sicilia. Per avere idea dello sviluppo di Apofruit Italia basta evidenziare il trend di crescita nell’area di Cerignola (Foggia). Qui nel 2004 la cooperativa contava 4 soci per 960 tonnellate di conferimento, oggi ne annovera 65 per un conferimento previsto di 3.800 tonnellate che, nel 2010, in piena produzione, raggiungerà le 6 mila tonnellate. “Ma abbiamo mantenuto la natura di azienda cooperativa di primo grado – evidenzia Enzo Treossi, Presidente di Apofruit Italia - che ci piace molto perché garantisce un rapporto poco mediato tra produttore e mercato. Siamo molto orgogliosi, inoltre, di essere una cooperativa, forma di impresa oggi più che mai attuale, anche se pensiamo che nella cooperazione occorra misurare di più le esperienze, le persone e i comportamenti”. Tra i successi di Apofruit Italia in questi due anni c’è da elencare anche il consolidamento della propria posizione sul mercato del biologico: oltre 25 mila tonnellate di prodotto per un fatturato di 40,5 milioni di euro. “Dopo 7 anni di intensa attività promozionale - informa Renzo Piraccini, direttore generale di Apofruit Italia (nella foto con il presidente della cooperativa Enzo Treossi) - il nostro marchio Almaverde Bio è leader nel mercato italiano dei prodotti biologici. Il marchio è conosciuto e apprezzato dal 69,5% dei consumatori di bio nella moderna distribuzione. Nel 2009 puntiamo a superare i 50 milioni di euro di fatturato”. Nei prossimi tre anni la strategia di sviluppo della marca Almaverde si allargherà, infatti, all’Europa. Produttivo si è dimostrato anche l’impegno, con l’acquisizione di nuovi brevetti, sul fronte delle nuove varietà ortofrutticole. Negli ultimi tre anni Apofruit - che già partecipa ai progetti più innovativi del settore quali Serenella, Pink Lady, Mela Più e Zespri Gold - ha sottoscritto accordi con Sun World per le nuove varietà di uva senza semi e susine, con Modì Europa per sviluppare l’omonima mela e con Syngenta per il pomodoro Dunnè e per Bibo, il mini cocomero senza semi.
E per il futuro? “Nel triennio 2008/2010 - conclude Renzo Piraccini - abbiamo in programma altri investimenti per oltre 20 milioni di euro. I nostri obiettivi sono sempre gli stessi accentuare le specializzazioni sui diversi prodotti, incentivare l’innovazione, segmentare le diverse specie, aumentare l’efficienza e ridurre i costi, aumentare l’export”. www.apofruit.it
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Protocollo d’intesa tra Ministero della Difesa e INRAN
Il 29 aprile è stato firmato - presso la Sala Riunioni di Commiservizi - il Protocollo d’Intesa tra il Ministero della Difesa – Direzione Generale di Commissariato e dei Servizi Generali e l’I.N.R.A.N. (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione). Firmatari il Direttore Generale, Dottor Michele Muras ed il Presidente, Professor Carlo Cannella. Il documento costituisce una prestigiosa ed ormai indifferibile innovazione nel mondo dell’alimentazione destinata alla fruizione dei militari - in forza del quale le FF.AA. italiane potranno avvalersi dell’alta consulenza scientifica dell’I.N.R.A.N. – ed anche, nella sua novità, un significativo esempio di sinergia fra due realtà istituzionali dello Stato (FF.AA. e Mondo Scientifico). Il Protocollo viene a suggellare l’attività di supporto scientifico che l’I.N.R.A.N. sta svolgendo in favore del NATO Research Task Group 154, nel cui ambito il Rappresentante Nazionale Italiano - Capitano di Fregata Alessandro Pini, coadiuvato dall’esperto nutrizionista dell’Esercito, Col. Vincenzo Barretta - opera insieme ai Rappresentanti di altre dodici Nazioni nello studio e nell’identificazione di una razione viveri speciali da combattimento per la NATO Response Force. Tale Forza, ad elevata tecnologia e ad alta mobilità, dovrà essere pronta ad essere proiettata in qualsiasi parte del Pianeta con soli cinque giorni di preavviso e con un’autonomia di trenta giorni, senza rifornimenti.
L’impegnativo lavoro, che prende in considerazione tutti i fattori logistici, nutrizionali e sensoriali che possano garantire una corretta alimentazione per militari impegnati in situazioni climatiche e psicologiche molto particolari, garantirà non solo l’identificazione di una razione idonea, ma costituirà il punto di partenza per la revisione completa dell’attuale razione viveri speciali da combattimento italiana che – in uso da ormai 15 anni – necessita di essere adeguata alle più moderne innovazioni tecnologiche. Oltre a questa importante attività, il primo compito che vedrà le due Istituzioni collaborare insieme sarà lo studio e l’identificazione di standard nutrizionali appositamente attagliati alla comunità militare, a similitudine dei L.A.R.N. (“Livelli di Assunzione Raccomandati di energia e Nutrienti per la Popolazione Italiana”), già esistenti per la popolazione civile, uno strumento scientifico ormai indifferibile in un momento in cui le FF.AA. italiane si trovano a collaborare quotidianamente con quelle di altre Nazioni. Il Protocollo costituisce anche il momento iniziale di studio per rivisitare tutto il settore del vettovagliamento militare, con un approccio metodologico ormai cogente per le FF.AA., sia in ambito nazionale che internazionale, per mezzo del quale ogni futuro requisito stabilito per la nutrizione del militare sarà in armonia con la migliore conoscenza scientifica possibile e, conseguentemente, accreditato dalla certificazione del mondo accademico.La collaborazione che oggi nasce permetterà di giungere ad una completa standardizzazione della nutrizione militare nei suoi aspetti operativi, logistici e sanitari, al fine di ottenere la migliore performance ed efficienza operativa possibile con il miglior rapporto costo/beneficio e per poter costruttivamente collaborare con le altre Nazioni chiamate ad operare con le nostre truppe nei diversi Teatri Operativi.
Grazie alla firma del Protocollo, le FF.AA. italiane potranno usufruire di tutto il “know how” scientifico e tecnico già in possesso dell’I.N.R.A.N., conseguendo così, nell’ambito della migliore ottimizzazione delle risorse disponibili, il raggiungimento di quel modello nutrizionale tale da garantire la massima salubrità e gradibilità degli alimenti, unitamente all’immancabile, conseguente, economia di bilancio, derivante dall’ottimizzazione e dalla corretta identificazione dei fabbisogni dell’utenza militare. www.commiservizi.difesa.it
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Il week end ideale dell’enoturista
Gli elementi indispensabili per un perfetto week-end all’insegna del buon bere? Le Langhe, il Chianti Classico o Montalcino come destinazione, un budget medio di 200 euro a testa, il desiderio e la curiosità di scoprire o riscoprire le cantine del territorio. Parola degli enonauti - ovvero appassionati al mondo del vino e di Internet - che hanno risposto al sondaggio di www.winenews.it, uno dei siti di comunicazione sul vino più cliccati d’Italia, condotto su 18.850 persone (con risposte da 1.930), realizzato per conto dell’associazione Go Wine per Vinum 2008 (Alba, 1/4 maggio), uno degli eventi enoici più interessanti che si tengono in Piemonte (www.gowinet.it). Gli eno-appassionati che partono per un “fine settimana” nei grandi territori enoici considerano il vino un elemento centrale del loro viaggio, ma non l’unico; nella scelta delle loro destinazioni sono guidati soprattutto dalla ricerca personale e dalla fama dei produttori, non disdegnano il passaparola, Internet e una limitata influenza dei media specializzati; per questa mini-vacanza sono disposti a spendere, in media, dai 150 ai 250 euro, dimostrando grande oculatezza, senza per questo rinunciare all’acquisto di “buone” bottiglie; sanno riconoscere la qualità dell’accoglienza e del contesto che visitano, considerando la bellezza del paesaggio capace di influire sulla percezione qualitativa di un vino; bocciano senza appello l’offerta enoturistica, giudicandola ancora episodica e improvvisata.
Variegato il profilo che emerge dal sondaggio-inchiesta, fin dall’identikit dell’enoturista medio: in assoluta maggioranza maschio, (82%), il 54% di loro ha un’età compresa fra i 30 e i 45 anni; hanno un elevato titolo di studio (l’85% ha conseguito il diploma di scuola media superiore o la laurea), godono di un buono/ottimo livello socio-economico (imprenditore, bancario, avvocato, commercialista, ingegnere, medico, agente di commercio, architetto, commerciante …). Nel 27% dei casi dichiara un’età compresa tra i 35-45 (percentuale identica per chi dichiara un’età fra i 45 e 55 anni), nel 25% un’età tra i 25 e i 34 anni; è del 14% la percentuale di enoturisti con un’età di oltre 55 anni. Solo il 7% del campione rappresenta la giovane generazione dell’enoturista, con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni. La regione di provenienza degli enoturisti è nel 35% dei casi la Lombardia, nel 28% la Toscana, nel 15% l’Emilia Romagna, nel 12% la Campania, nel 5% Lazio, Umbria e Veneto, nel 3% il Piemonte e nel 2% dei casi l’Abruzzo, il Friuli, la Sicilia e il Trentino.
Il 34% degli enoturisti italiani dichiarano una disponibilità di spesa, a persona, per un classico weekend enoturistico tutto compreso (trasporto, soggiorno, musei, enogastronomia ...) da 200 a 250 euro; tanti anche quelli che dispongono di un budget da 150 a 200 euro (29%), da 250 a 500 euro (23%), da 100 a 150 euro (12%); solo il 2% del campione intervistato può contare su oltre 500 euro. Un orientamento alla spesa tendenzialmente oculato, dove sembra però evidente la presa d’atto del complessivo e generalizzato aumento medio dei prezzi. Ma al di là della portata dei rincari generalizzati, il 42% del campione dichiara di aver aumentato negli ultimi tre anni la propria spesa in vino e a favore di viaggi enoici, mentre il 38% dichiara di aver mantenuto questa spesa costante e il 20% di averla diminuita.
Non stupisce, poi, il fatto che il vino rappresenti l’elemento principale che stimola il viaggio nelle terre dove viene prodotto: per il 53% degli enonauti il vino è centrale nella scelta dell’itinerario da intraprendere, fondamentale per il 32%, complementare per il 10% e marginale solo per il 5% degli intervistati. Dal punto di vista dell’influenza sulla scelta della destinazione da visitare, sembra privilegiata l’autonomia: il 37% sceglie in base ad un mix all’insegna della soggettività, che prevede curiosità, spirito di ricerca, desideri personali, ma anche la concentrazione di produttori famosi che il territorio prescelto offre; il 30% del campione si lascia influenzare dal passaparola, il 23% da Internet; solo il 5% si affida alla casualità e nella medesima percentuale alla pubblicità. L’influenza dei mezzi di informazione specializzati risulta media per il 40% del campione, poca per il 30%, molta per il 18% e nulla per il 12%.
Il campione sondato, in fatto di preferenze territoriali, ha stilato una sorta di classifica delle regioni preferite, distinta da una più circoscritta dedicata ai territori del vino in senso stretto: nella prima il 38%, decreta la propria preferenza alla Toscana, al Piemonte (30%), all’Alto Adige, Trentino, Umbria e Friuli appaiate al terzo posto (12% delle indicazioni), seguite da Veneto e Sicilia (10%), Sardegna e Abruzzo (8%), Lazio, Puglia e Marche (2%). Nella seconda classifica, dedicata ai “distretti” del vino, in testa fra le mete più gettonate troviamo le Langhe (40%), il Chianti Classico (25%), Montalcino e la Borgogna (15%), la Franciacorta (10%), Montefalco (8%), Collio, Bolgheri e Champagne (2%). Una classifica da cui emerge un dato sintomatico: Borgogna e Champagne non sono più percepite come luoghi “impossibili”; un ampliamento “fuori confine” delle mete enoiche concretamente raggiungibili che dipende non solo dalla sempre maggiore offerta, per esempio, di voli low-cost, ma anche da una concorrenzialità maggiormente aggressiva dei prezzi e dei servizi praticati all’estero. Nell’immaginario degli enoturisti l’associazione mentale più immediata al turismo del vino è quella dei prodotti tipici (30%), naturalmente delle cantine storiche (22%), della ristorazione (18%), di natura e relax (15%), degli eventi/manifestazioni che nei territori del vino si svolgono (5%), delle attrattive culturali (4%), dell’artigianato (3%), delle cantine firmate dai grandi architetti (2%) e, infine, della presenza di hotellerie e wellness (1%). Il vino, invece, che viene immediatamente ricondotto al suo territorio d’origine dal campione è il Barolo (30%), seguito dal Chianti Classico (22%), dal Brunello di Montalcino (18%), dal Chianti (10%), dal Taurasi (8%), dal Franciacorta e dal Sagrantino di Montefalco (5%), dal Nobile di Montepulciano, Nero d’Avola di Sicilia, Amarone della Valpolicella e Sfurzat della Valtellina (4%), e, infine, dai vini di Bolgheri, dal Prosecco, dal Barbaresco e da quelli di Borgogna (3%).
Sempre in tema di associazioni mentali, per il 77% dei “sondati”, la bellezza del paesaggio influisce direttamente sulla percezione della qualità di un vino: un segnale inequivocabile di quanto il paesaggio sia “entrato” ormai nella bottiglia, assumendo quel ruolo evocativo necessario e determinante a completare il valore aggiunto che da sempre accompagna un vino, uno dei pochi oggetti di consumo capaci di regalare un’atmosfera o un’emozione particolare. Ma coloro che vanno alla scoperta dei territori del vino, non solo arrivano, guardano e assaggiano vino: nella stragrande maggioranza (90%), tornano a casa anche con una piccola scorta di bottiglie; per almeno tre “pezzi” da mettere in collezione, o da bere con gli amici a cena nei giorni seguenti, i turisti del vino sono disposti a spendere da 45 a 60 euro (nel 33% degli intervistati), da 30 a 45 euro (27%), da 60 a 90 euro (18%), da 15 a 30 euro (12%); oltre la soglia dei 90 euro, si spinge solo il 10%.
Nel sondaggio non manca anche un dato di segno negativo: l’offerta del turismo del vino, secondo l’80%, è attualmente in Italia caratterizzata da improvvisazione, individualismo ed episodicità. Un po’ meglio per quanto riguarda il giudizio sull’accoglienza offerta dalle cantine (in termini di accessibilità, orari, servizi e cura del turista): è buona per il 40% degli intervistati, sufficiente per il 30%, scarsa per il 25% ed eccellente solo per il 5%. Un bilancio sconfortante che dà corpo a non pochi problemi, ancora lontano dalla loro soluzione come, per esempio, la mancanza di una logica di sistema per il turismo del vino o l’assenza di una necessaria sinergia fra aziende, operatori turistici, istituzioni ed enti locali. Al tirar delle somme, siamo, insomma, lontani anni luce dai modelli francese e americano che hanno dimostrato sul terreno e nel tempo un’efficacia a tutta prova. www.winenews.it
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Restaurant Magazine” dà i voti alla ristorazione mondiale
Il 21 aprile scorso una giuria internazionale composta dai più accreditati opinion maker della cucina (ristoratori, chef, giornalisti, critici gastronomici) hanno votato i migliori 50 ristoranti del mondo. Questo Award ideato dall’autorevole rivista Restaurant Magazine è The S.Pellegrino World’s. A stilare la classifica 700 giurati riconducibili a 23 diverse aree del globo: ciascun area era rappresentata da un presidente di commissione scelto per il suo sapere della ristorazione nell’area di competenza che a sua volta ha selezionato un numero di votanti variabile tra 16 e 31 secondo le dimensioni dell’area. Ogni votante (sempre dell’ambito degli addetti ai lavori) esprimeva cinque preferenze, di cui un massimo di due potevano riguardare ristoranti della propria regione d’origine, ottenendo un totale di 3.000 voti che hanno concorso a stilare la graduatoria finale.
Sorprese? Scorrendo la classifica direi proprio di si. L’Italia, Paese dell’eccellenza culinaria e gastronomica che ad ogni piè sospinto mette in vetrina (stampa,Tv, convegni, simposi, kermesse, concorsi e balletti vari) i suoi guru dei fornelli che elargiscono il loro sapere latitando, per contro, 5 giorni su 7 alla settimana dai propri costosissimi ristoranti, ha “conquistato” ben 5 posti su 50. Vero è che il mondo è grande, e questo contest non è l’olimpiade, però…
E veniamo alla classifica. Terza volta consecutiva per El Bulli del discusso Ferran Adrià (nella foto) che si conferma leader della classifica mondiale incalzato da The Fat Duck di Heston Blumenthal e dal francese Pierre Gagnaire. Segue il basco Mugaritz di Andoni Luis Aduriz, che conquista il quarto posto. Il ristorante Vendôme, a Bergish Gladbach vicino a Colonia, del tedesco Joachim Wissler, è la più sorprendente new entry che riporta in classifica la Germania con i connazionali Hans Haas chef del Tantris di Monaco di Baviera e Harald Wohlfahrt al timone della Schwarzwaldstube a Baiersbronn. New entry anche per il ristorante basco Asador Etxebarri il cui patron Victor Arguinzoniz è famoso per aver riportato ai vertici l’arte della cucina alla griglia.
L’Italia è presente con cinque indirizzi (uno in meno sul 2007, con l’uscita di Davide Scabin e del suo Combal.Zero). Fulvio Pierangelini, con il suo Gambero Rosso di San Vincenzo (Li) conferma la 12° posizione, Le Calandre di Rubano (Pd) scende dal 16° posto al 36° preceduto dal ristorante Dal Pescatore di Canneto sull’Oglio al 23° e dall’Enoteca Pinchiorri di Firenze al 32°. Cracco Peck di Milano è in 43esima posizione. Gualtiero Marchesi conquista il premio alla carriera. La classifica 2008 conferma quindi la Francia capolista con 11 ristoranti nelle prime 50 posizioni, seguita dagli Usa con 8, Spagna con 7, Regno Unito con 6 e, come detto dall’Italia con 5. Gli altri Paesi rappresentati in questa hit parade sono la Germania con 3 ristoranti fra le prime 50 posizioni, Australia con 2 e quindi Danimarca, Svizzera, Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Sud Africa e Brasile con un ristorante in classifica. A due giorni dalla pubblicazione di questi risultati si sono levate più o meno velate polemiche tirando in ballo il peso dello sponsor (leggi Nestlé) che ha la dichiarata mission di internazionalizzare al massimo la presenza delle sue acque bergamasche S.Pellegrino e Panna affinché appaiamo sulle tavole della miglior ristorazione mondiale. Da malizioso non lo escludo; tuttavia condizionare 700 giurati di tutto il mondo mi pare parecchio laborioso. Giuseppe Cremonesi
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei Comunicatori del settore



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