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Newsletter 44 / 4.2.2008


Prezzi in salita, consumi alimentari in discesa
Il clima provoca due miliardi di danni in Cina e provoca tensioni sui prezzi mondiali degli alimenti
Vini di qualità nel 2007
Criminalità: un agricoltore su tre ne subisce le conseguenze
Caro carne: aumenta di 20 volte da stalla a tavola
L'acqua si riscalda e l'oceano diventa un deserto


Prezzi in salita, consumi alimentari in discesa
Rispetto a dieci anni fa la spesa alimentare è cresciuta del 28%, avvicinandosi ad un quinto del reddito familiare ed oggi tre famiglie su cinque hanno cambiato le proprie abitudini alimentari a causa dei forti rincari che si sono registrati nei prezzi al consumo, anche di prodotti di prima necessità come il pane, la pasta e il latte.
A delineare questo quadro e' il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori, Giuseppe Politi, che oggi ha tenuto la conferenza stampa di inizio anno.
Sulla base dei dati forniti dalla Cia, in media ogni famiglia spende per l'alimentazione circa 460 euro al mese, per un totale di 135 miliardi di euro di spesa alimentare complessiva. Gli aumenti stanno incidendo pesantemente sulle abitudini degli italiani, che comprano sempre meno pane, pasta, frutta, verdure e vino, al punto che nel 2007 proprio i prodotti principe della dieta mediterranea hanno avuto un vero e proprio tracollo.
"I prodotti agroalimentari che hanno risentito in maniera significativa della maggiore attenzione del consumatore a contenere e razionalizzare gli acquisti - ha detto Politi - sono i cosiddetti prodotti di base, vale a dire, prodotti radicati nella tradizione italiana, ma caratterizzati da livelli saturi di consumo''. Al contrario, secondo la Cia, il consumatore esprime una domanda più dinamica nei confronti di quei prodotti che, oltre a soddisfare il bisogno alimentare, presentano componenti aggiuntive che determinano la preferenza da parte dell'acquirente, in particolare riguardo ai prodotti ad alto valore salutistico e a quelli con elevato contenuto di servizio.
La ripartizione della spesa alimentare mostra al primo posto carne, salumi e uova (23,4%), latte e derivati (18,2%), ortofrutta (16,8%), derivati dei cereali (14,8%), prodotti ittici (8,9%), bevande analcoliche (5,7%), bevande alcoliche (5,5%), olio e grassi (3,9%), zucchero, sale, caffè, tè (2,8%). Come forse era prevedibile, la percentuale di coloro che hanno ridotto le spese per l'alimentazione si trova principalmente nelle fasce di età superiori ai 55 anni, con picchi elevati soprattutto negli over 70, e in quelle con redditi più bassi.
Sabrina Menichetti - www.agricolturaitalianaonline.gov.it
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Il clima provoca due miliardi di danni in Cina e provoca tensioni sui prezzi mondiali degli alimenti
La peggiore ondata di maltempo degli ultimi 50 anni ha colpito le regioni centrali della Cina dove si produce la maggior parte di frutta e verdura provocando danni stimabili fino ad ora in due miliardi di Euro con il rischio che vengano interessate presto le regioni del nord dove sono localizzate le produzioni di grano e altri cereali. Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che la situazione viene definita catastrofica dalla Autorità cinesi e rischia non solo ad avere un impatto sulla popolazione del paese asiatico ma sull'andamento mondiale dei prezzi e sull' intera economia globale. Ad essere danneggiati sono state anche altre colture e allevamenti di pollame e agnelli mentre preoccupa la situazione nelle città come Beijing dove le disponibilità di ortofrutta sono al 20 per cento mentre nella città di Zhengzhou è raddoppiato il prezzo dei pomodori.
La crescente domanda di prodotti alimentari sul mercato mondiale da parte della Cina, che potrebbe aumentare a causa del taglio nelle produzioni locali a seguito del maltempo, viene considerata dagli operatori economici uno dei fattori critici della crescita. Secondo il World Economic Forum (WEF) di Davos - ricorda la Coldiretti - la riduzione della disponibilità alimentare con l'aumento dei prezzi è insieme alla crisi del petrolio, alla recessione Usa e alla globalizzazione dei rischi tra le minacce per l'economia mondiale da qui a dieci anni. Una analisi coerente con l' International Food Policy Research Institute per il quale - riferisce la Coldiretti - è finito il tempo dei prodotti agricoli a buon mercato e, dopo un lungo periodo con prezzi in continua riduzione, si sta registrando una inversione di tendenza strutturale per effetto dei cambiamenti climatici che provocano una riduzione delle terre coltivate e un calo delle rese produttive, della domanda crescente di prodotti alimentari a base di latte e carne da parte di paesi emergenti come India e Cina, ma anche nello sviluppo dei biocarburanti ottenuti dalle coltivazioni agricole.
In netta controtendenza rispetto ai mercati finanziari mondiali le quotazioni del grano e degli altri cereali - riferisce la Coldiretti - stanno crescendo al Chicago Board of Trade che rappresenta il punto di riferimento del commercio internazionale delle materie prime agricole. Il consumo di frutta in Cina è passato dai 40 ai 70 chili in media per persona negli ultimi dieci anni e tende, con lo sviluppo, ad avvicinarsi rapidamente ai livelli europei come l'Italia dove si acquistano 132 chili a testa anche se - sottolinea la Coldiretti - esiste una rilevante forbice nei consumi di frutta tra la popolazione cinese in funzione del reddito con valori di quasi 80 chili a testa per le classi più benestanti rispetto agli appena 32 chili per i più poveri, secondo i dati Robobank. Il risultato è che con tassi di aumento nei consumi di frutta a due cifre percentuali l'anno, la Cina - precisa la Coldiretti - si sta trasformando da paese esportatore a paese importatore per effetto dell'impetuosa crescita economica.
Le mele - continua la Coldiretti - sono il frutto preferito dai cinesi ma nonostante il pesante deficit commerciale con il paese asiatico, attualmente l'esportazione italiana di mele in Cina, come anche quella di kiwi, è pari a zero per il mancato superamento degli ostacoli di carattere burocratico, sanitario ed amministrativo, che hanno sino ad ora impedito le spedizioni. Un paradosso nonostante le molteplici missioni diplomatiche nel paese asiatico se si considera conclude - la Coldiretti - che la Cina esporta quantità sempre crescenti di prodotti ortofrutticoli verso l'Unione europea e l'Italia (mele, aglio, concentrato di pomodoro, castagne, funghi, semilavorati di ortofrutta).
www.coldiretti.it
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Vini di qualità nel 2007
Sono 352 le Denominazioni di origine dei vini in Italia, riconosciute al 31 dicembre 2007, delle quali 36 Denominazioni di origine controllata e garantita e 316 Denominazioni di origine controllata di cui 8 interregionali. Rispetto al 2006 si rileva l'esistenza di 3 Denominazioni di origine controllata in più.
I relativi disciplinari di produzione di tali vini a Doc sono stati riconosciuti ed approvati con appositi Decreti ministeriali. Decreti regolarmente pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana nel corso dell'anno 2007 secondo il seguente dettaglio:
- "Terracina" o "Moscato di Terracina" - Doc (Lazio), riconosciuta con D.m. 25 maggio 2007 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale - Serie Generale - n° 128 del 5 giugno 2007;
- "Terre di Casole" - Doc (Toscana), riconosciuta con D.m. 28 maggio 2007 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale - Serie Generale- n° 129 del 6 giugno 2007;
- "San Ginesio" - Doc (Marche), riconosciuta con D.m 25 luglio 2007 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale - Serie Generale - n° 180 del 4 agosto 2007.
Sempre nel corso dell'anno 2007 è stata attribuita la Denominazione di origine controllata e garantita alla tipologia spumante, elaborata con il metodo classico, dei vini a Doc. "Oltrepò Pavese" che ha, quindi, assunto il nome di "Oltrepò Pavese" metodo classico - Docg - (D.m. 27 luglio 2007 - G.U. n°183 del 8 agosto 2007).
Nel corso del 2007 i disciplinari di produzione che hanno subito modifiche, sempre con appositi Decreti ministeriali, sono stati 18 e precisamente quelli delle seguenti Denominazioni di origine:
"Chianti Classico" - Docg; "Barbaresco" - Docg; "Colli Tortonesi" - Doc, "Bianco della Valdinievole" - Doc; "Verduno Pelaverga" o "Verduno" - Doc; "Oltrepò Pavese" - Doc; "Bianco di Custoza" o "Custoza" - Doc; "Piemonte" - Doc; "Collio Goriziano" o "Collio" - Doc; "Conegliano Valdobbiadene" - Doc; "Valpolicella" - Doc; "Alto Adige" o dell' "Alto Adige" (Südtirol o Südtiroler) - Doc; "Cinque Terre" e "Cinque Terre Sciacchetrà" - Doc; "Controguerra" - Doc; "Montepulciano d'Abruzzo Colline Teramane" - Docg; "Montepulciano d'Abruzzo" - Doc; "Trebbiano d'Abruzzo" - Doc; "Sforzato di Valtellina" o "Sfursat di Valtellina" - Docg.
Per quanto riguarda i vini ad Indicazione geografica tipica il numero degli stessi, al 31 dicembre 2007, era di 118; inoltre, sempre nel corso dell'anno 2007, sono state apportate modifiche ai disciplinari di produzione dei seguenti vini ad Indicazione geografica tipica.: "Rubicone"; "Ravenna"; "Modena" o "di Modena" o "Provincia di Modena"; "Forlì" .
Andrea Squarcia - www.politicheagricole.it
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Criminalità: un agricoltore su tre ne subisce le conseguenze
Un agricoltore su tre ha subito e subisce gli effetti della criminalità, il cui giro d’affari nel settore agricolo è ormai pari a 15 miliardi di euro l’anno, praticamente un terzo della produzione lorda vendibile in agricoltura (45 miliardi di euro). Insomma, siamo in presenza di oltre cento reati al giorno. La denuncia è venuta dal presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi nel corso della conferenza stampa d’inizio anno svoltasi oggi a Roma.
Furti di attrezzature e mezzi agricoli, usura, racket, abigeato, estorsioni, il cosiddetto “pizzo”, discariche abusive, macellazioni clandestine, danneggiamento alle colture, aggressioni, truffe nei confronti dell’Unione europea, “caporalato”. L’agricoltura italiana è sempre più terrorizzata dalla criminalità organizzata. Un fenomeno che prima si riscontrava solo al Sud, ma che adesso si sta espandendo in tutta Italia. Molti produttori agricoli sono nelle mani della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della sacra corona unita, ma anche preda di una malavita violenta e spregiudicata. E così sono soggetti a pressioni, minacce e a ogni forma di sopruso.
Sono elementi che si riscontrano in diversi dossier, fra i quali quelli della Fondazione Cesar (che dopo il rapporto del 2003, predisposto per conto della Cia, ne sta elaborando uno più aggiornato), della Direzione nazionale antimafia e della Confesercenti “Sos imprese”. Prima erano la Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna le regioni in cui l’attività delle organizzazioni malavitose concentravano la loro azione ai danni dell’agricoltura. Adesso la malavita ha allargato il suo giro d’azione. Altre regioni del Centro e del Nord sono finite nel mirino dei criminali e gli agricoltori ne pagano le spese.
Al primo posto, per numero, fra i reati troviamo i furti di attrezzature e di mezzi agricoli. Il racket è il secondo reato -sempre per numeri di crimini commessi- che si registra. Segue a debita distanza l’abigeato. Reato che si concentra, soprattutto, in alcune zone della Campania (in particolare gli allevamenti di bufale). Anche i furti di prodotti agricoli sono, di poco, meno frequenti dell’abigeato. Ma non si tratta di occasionali furtarelli. Siamo in presenza di massicce sottrazioni del prodotto (spesso direttamente dalla pianta), che prevede una scientifica, organizzata operazione di raccolta.
Tra i reati si segnalano, inoltre, il danneggiamento alle colture e le aggressioni nei confronti delle persone. Reati tipici dell’avvertimento mafioso a chi si dimostra restio a cedere ai ricatti. Più distinti, fenomeni di usura e il pascolo abusivo.
Non meno grave è il fenomeno odioso del “caporalato”, con lo sfruttamento, da parte della criminalità organizzata, soprattutto di extracomunitari, molti dei quali irregolari. Meno frequenti, ma presenti, sono i furti di centraline per l’irrigazione, soprattutto nelle regioni dove c’è il problema cronico della carenza d’acqua. Per le stesse ragioni, si verificano allacciamenti abusivi ed estrazione dell’acqua da pozzi non regolari.
Crescente è anche la minaccia di cedere i raccolti dei prodotti a prezzi “stracciati”. Non vi sono scrupoli che tengano e il coltivatore si trova costretto a scegliere o di accettare l’infame avvertimento o di correre il rischio di vedere compromesso l’intero raccolto e con esso il lavoro di tanti anni, poiché tale è la sorte di chi si vede distruggere il campo.
Vengono riscontrati anche fenomeni come la macellazione clandestina e le discariche abusive, ambedue presenti in tutte le regioni meridionali. Reati che travalicano gli interessi diretti dell’agricoltura, colpendo l’intera collettività e, più precisamente, la qualità dei prodotti e, conseguentemente, la salute pubblica.
Per quanto riguarda le discariche abusive e il traffico illecito dei rifiuti, il fenomeno, sempre più in espansione, si riscontra in quasi tutte le regioni, assumendo dimensioni nazionali e transnazionali.
Come è stato affermato dall’apposita Commissione parlamentare, i rifiuti non si muovono solo dal Nord verso il Mezzogiorno, dove vengono smaltiti in discariche non autorizzate, cave dismesse, sprechi d’acqua o nel sottosuolo di fondi a destinazione agricola. Oggi si registrano anche le rotte che dal Nord-Ovest vanno a Nord-Est, che dal Nord arrivano al Centro e anche quelle che dal Sud portano a Nord, con la nascita di veri e propri cartelli di trafficanti che operano sia a livello regionale che interregionale.
La criminalità impone anche i prezzi per i prodotti agricoli, pesature dei prodotti inferiori a quelle reali, fa estorsioni attuate mediante previo furto di mezzi destinati alla coltivazione, esercita il controllo del mercato fondiario, compie furti di grano, con devastazione dei campi coltivati, commerci illegali e intromissioni nell’acquisto dei prodotti.
Per quanto concerne le singole regioni, in Campania si segnalano agricoltori vittime di incendi, furti, vandalismi e minacce. Sono costretti a pagare riscatti per riavere i propri beni. Molta la presenza di criminalità straniera (nigeriani, marocchini e albanesi) che controlla la manodopera in nero in agricoltura, specie per la raccolta del pomodoro.
In Puglia è interessato tutto il territorio regionale, con zone dove la criminalità si manifesta in modo particolarmente odioso, colpendo non solo i beni degli agricoltori, ma la loro stessa incolumità. Infatti, sono numerose le aggressioni in campagna subite dagli imprenditori e dai lavoratori agricoli.
I furti di mezzi agricoli (16 per cento), l'abigeato (12 per cento), i furti di prodotti agricoli (11 per cento), il racket (9 per cento), sono i principali reati che colpiscono l'attività agricola in Puglia.
Stesso il discorso per la Calabria e la Sicilia, dove la ’ndrangheta” e la mafia controllano in larghissima misura il commercio agricolo e il mercato fondiario. Ma anche in queste regioni gli agricoltori finiscono per subire ogni tipo di angheria che in molti casi -come rileva la stessa Direzione nazionale antimafia- generano omertà.
In Basilicata si hanno reati specialmente in zone economicamente più avvantaggiate, mentre in Sardegna vi è una criminalità evoluta, pericolosa e profondamente radicata nel territorio.
Tuttavia, la criminalità colpisce anche altre regioni. Fenomeni crescenti si registrano in alcune zone del Centro e del Nord Italia, dove diviene sempre più frequente il furto di attrezzature agricole che vengono rivendute o riconsegnate ai proprietari dietro il pagamento di somme di denaro. Soprattutto nel Nord siamo in presenza di bande straniere rumeni o albanesi che si dedicano anche alle rapine di cui gli agricoltori che vivono in zone isolate sono sempre più soggetti.
La criminalità in campagna è autoctona, che può servirsi anche di extracomunitari (per lo più clandestini), ma che adopera per lavori di semplice manovalanza (raccolta, carico e scarico di merce). Non si è in presenza di semplici banditi rurali, ma la loro spietata arroganza, la spregiudicatezza delle azioni confermano che siamo di fronte ad una vera e propria criminalità organizzata, o, comunque, a persone strettamente collegate a forti organizzazioni malavitose che provvedono a trasformare in pingui affari il risultato delle azioni criminose.
Infatti, una parte consistente del ricavato mette in moto una serie di mercati illeciti che hanno bisogno, per essere sostenuti, di un’organizzazione efficiente, disposta a tutto e spesso legata, a sua volta, ad altre organizzazioni per assicurarsi la copertura dell’intero territorio nazionale e anche quello, per alcuni prodotti, internazionale. In alcune regioni si sta espandendo il furto della strumentazione agricola, legato ad un’attività di esportazione del ricavato verso i paesi balcani a fronte, verosimilmente, di partite di droga.
In altre zone, i mezzi agricoli vengono trasformati in pezzi di ricambio che hanno necessariamente bisogno di altri mercati. Per non parlare del bestiame che, sia se dirottato alla macellazione clandestina che verso viaggi che lo portano al di là dell’Adriatico, deve essere “affidato” ad organizzazioni pronte allo smercio.
La gravità della pesante presenza della criminalità nelle campagne è ben presente nell’autorità giudiziaria e di polizia. Sta di fatto che, a suo tempo, è stato istituito, nell’ambito della Direzione nazionale antimafia, uno specifico servizio per combattere l’allarmante fenomeno.
L’istituzione del servizio è importante soprattutto perché, a differenza della criminalità nei centri urbani dove c’è un preciso punto di riferimento che sono le forze dell’ordine, nelle campagne l’agricoltore è spesso solo, disarmato, inerme, per cui, quando gli va bene, non gli rimane che scendere a patti. La paura, l’insicurezza, le preoccupazioni, nel mondo agricolo, hanno un altro sapore. Il bersaglio è bene individuale, non può nascondersi, pararsi. Non si corre il pericolo di coinvolgere estranei nell’oppressione violenta. Solo la capacità imprenditoriale, la fatica, il lavoro sono a rischio. Oggetti di azioni criminali che, molte volte, la cronaca trascura o, peggio, ignora, con un atteggiamento colpevole che non tiene conto quanto esse incidono sulla produttività delle aziende agricole e sullo stesso sistema di vita dei produttori.
www.cia.it
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Caro carne: aumenta di 20 volte da stalla a tavola
E' significativo che il primo intervento del garante per la sorveglianza sui prezzi avvenga nel settore delle carni dove è diventata insostenibile la forbice tra i prezzi alla produzione e quelli al consumo con i prezzi dalla stalla alla tavola che aumentano di oltre cinque volte per il coniglio fino a venti volte dal maiale al prosciutto. E' quanto denuncia la Coldiretti , in riferimento alla convocazione della categorie produttive della filiera carne da parte di Mr prezzi, nell'annunciare una mobilitazione che domenica 3 febbraio porterà maiali e conigli nel centro di una grande città come Torino. La manifestazione si svolgerà nella piazza palazzo di Città, davanti al Municipio, e vuole evidenziare la situazione di crisi dell'attività di allevamento mentre i consumatori sono costretti a sopportare costi insostenibili che mettono a rischio di consumi con cali del 4,2 per cento per la carne bovina e del 2,3 per cento per quella di maiale. Tra l'altro alla carne vengono destinati 106 euro dei 467 spesi in media ogni mese dalle famiglie per l'alimentazione. Questo significa che è necessario lavorare per rendere piu' trasparente e diretto il percorso del prodotto con l'etichetta di provenienza, ma che è anche necessario intervenire - continua la Coldiretti - sulle filiere inefficienti che perdono valore senza ritardare le necessarie ristrutturazioni .
Per il maiale - sostiene la Coldiretti - si è verificato un crollo del 10 per cento del compenso riconosciuto agli allevatori nelle stalle al quale non ha fatto seguito una analoga riduzione dei listini per i consumatori. Il prezzo dei salumi per i cittadini è aumentato (+ 2,7 per cento) nonostante che - sottolinea la Coldiretti - i maiali cresciuti in Italia vengano pagati agli allevatori ad un valore attorno a 1 ,25 euro al chilo che non riesce nemmeno a coprire i costi di produzione. Il risultato è che il prezzo del maiale dalla stalla alla tavola moltiplica per cinque se si acquista la braciola, per dieci se si compra il salame e per oltre venti volte se è il prosciutto a finire nella busta della spesa, con l'effetto che gli acquisti familiari di carne suina e salumi si sono ridotti del 2,3 per cento nel 2007.
Non cambia la situazione - continua la Coldiretti - per il prezzo del coniglio che aumenta del 430 per cento dalla stalla alla tavola a causa delle distorsioni nella distribuzione commerciale che mettono a rischio i consumi, ma anche il primato nell'allevamento dell'Italia che è il primo produttore europeo e il secondo a livello mondiale dopo la Cina. Il prezzo medio pagato dai consumatori si avvicina agli 8 euro al chilo mentre agli allevatori è riconosciuto un importo - sottolinea la Coldiretti - di circa 1,5 euro al chilo che mette a rischio la sopravvivenza dei circa 5mila allevamenti presenti in Italia.
In difficoltà anche il settore dell'allevamento bovino dove nonostante la forte dipendenza dall'estero con un grado di approvvigionamento della carne, che è attualmente sceso addirittura al di sotto del 50 per cento, il Ministro delle Politiche Agricole Paolo De Castro è intervenuto sulla Commissione Europea per favorire l'importazione di carne brasiliana nonostante l'allarme di natura sanitaria lanciato dall'Unione Europea che per la mancanza di garanzia ha deciso forti limitazioni per evitare che nei piatti dei cittadini europei finiscano carni provenienti da zone a rischio di malattie come l'afta epizootica. Un comportamento grave che rischia di aumentare la già difficile situazione di mercato con i prezzi in calo negli allevamenti ed in aumento sul mercato con una riduzione nei consumi del 4,2 per cento nei primi dieci mesi del 2007 secondo i dati Ismea Ac Nielsen. Un discorso a parte - conclude la Coldiretti - merita il settore della carne di pollo che, dopo la forte crisi attraversata a seguito dell'emergenza aviaria che ha provocato una psicosi nei consumi, è tornata su livelli precedenti la crisi con consumi in aumento dell'11 per cento.
www.coldiretti.it
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L'acqua si riscalda e l'oceano diventa un deserto
Il blu è il colore del deserto, dove né alghe né pesci trovano cibo per nutrirsi, l'acqua è un brodo caldo e insipido e tutto ciò che è vita preferisce restare alla larga. Questo tipo di vuoto si trova sempre più spesso negli oceani, in aree che diventano più vaste con il progredire del riscaldamento climatico. Il satellite della Nasa "SeaWiFs" ha calcolato che dal '96 a oggi le superfici marine prive di vita sono aumentate del 15 per cento: l'equivalente di 6,6 milioni di chilometri quadri in più. Tra acque e terre emerse, i deserti coprono ora il 40 per cento della superficie del pianeta. "Abbiamo osservato questo fenomeno in tutti i grandi oceani" spiega Jeffrey Polovina del National Marine Fisheries Service statunitense, autore di uno studio sulla salute degli oceani in via di pubblicazione sulla rivista Geophysical Research Letters.
Visto dallo spazio, il mare senza vita assume un colore blu cupo, di contro al verde-clorofilla delle aree nelle quali la catena alimentare prospera in tranquillità. Al paradosso del deserto in mezzo all'acqua, si aggiunge quello del pianeta diventato troppo azzurro, privo di quel verde da cui traggono nutrimento pesci e cetacei. Il fenomeno del riscaldamento delle acque superficiali che blocca la circolazione delle correnti e lo scambio di sostanze nutritive tra gli strati dell'oceano non è scoperta di oggi. "Ma nessuno dei nostri calcoli aveva previsto un progresso così rapido" scrive Polovina. "Negli ultimi 9 anni i deserti si sono estesi con una rapidità 10 volte superiore al previsto". Nei mari italiani la situazione è ancora più grave: "L'estensione delle aree desertiche nel Tirreno e nell'Adriatico si aggira intorno al 20 per cento" spiega Silvio Greco, ricercatore dell'Icram, Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare. "L'interruzione della circolazione dell'acqua agisce su un ecosistema già compromesso da pesca eccessiva e inquinamento".
La mancanza di inverni rigidi impedisce all'acqua di superficie di raffreddarsi e quindi di sprofondare verso gli strati bassi degli oceani. Dagli abissi, normalmente, è l'acqua tiepida a risalire, portando in superficie i nutrienti di cui è ricca. La decomposizione degli organismi marini riempie infatti i fondali di sali come nitrati e fosfati: sostanze che negli abissi sono destinate a rimanere inutilizzate, mentre in superficie, unite al calore e alla luce del sole, permettono alla fotosintesi clorofilliana di innescarsi all'interno di alcune minuscole alghe unicellulari. Ed è proprio con la trasformazione di sostanze inorganiche come i sali in elementi organici che ha inizio il fenomeno della vita.
Ciò che accade sulla terra con la catena di erba, animali erbivori e carnivori predatori, si ripete (o almeno dovrebbe) negli oceani. Nelle aree che appaiono verdi agli occhi del satellite, le alghe unicellulari nutrono esseri viventi sempre più grandi e complessi, fino alle balene. Ma al centro dei grandi oceani, lontano dalle foci dei fiumi che rilasciano comunque una qualche forma di sostanza nutriente, ancorché drogata dall'inquinamento, il satellite della Nasa di anno in anno ha trovato zone verdi sempre più striminzite. L'assenza di clorofilla ha tranciato di netto la catena alimentare, allontanando una dopo l'altra tutte le specie viventi dalle zone blu. "L'estensione dei deserti negli oceani - scrive Polovina - è correlata all'aumento della temperatura superficiale. Il fenomeno si sta espandendo rapidamente, soprattutto nell'Atlantico settentrionale. Ma nessun bacino si salva, a eccezione dell'Oceano Indiano meridionale".
Ogni anno, in media, l'area dei deserti blu si amplia di 800mila chilometri quadrati. E dire che una delle strategie escogitate per combattere l'effetto serra consiste proprio nell'aumentare la popolazione delle alghe unicellulari, gettando ferro e altri sali nutrienti nell'oceano. Accelerando la fotosintesi clorofilliana, infatti, gli scienziati sperano di aumentare l'assorbimento di anidride carbonica da parte delle alghe, ripulendo l'atmosfera dal gas serra che rimane l'indiziato numero uno per il fenomeno del riscaldamento climatico.
Sempre più convinti che i cambiamenti in atto siano opera dell'uomo e delle sue attività industriali sono anche gli scienziati della Geological Society of America. Negli ultimi due secoli, tanto profonde sono state le cicatrici inferte alla Terra e alla sua atmosfera dalla nostra specie, che i geologi statunitensi hanno proposto di ribattezzare l'era attuale "Antropocene": età dell'uomo. Caratterizzata da alte concentrazioni di piombo nell'aria e nell'acqua, un'inondazione di anidride carbonica e altri gas serra nell'atmosfera, dighe che imbrigliano i fiumi e impediscono ai sedimenti fertilizzanti di riversarsi nel mare, oceani più poveri di vita e di un blu sempre più intenso.
Elena Dusi – www.repubblica.it
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ASA Associazione Stampa Agroalimentare Italiana
L'Associazione dei Giornalisti e dei Comunicatori del settore



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