FATTI E PERSONE

Scomparsa delle api

Un chip monitora le minacce per gli insetti impollinatori. Sotto accusa sostanze chimiche, parassiti e cambiamenti climatici

5.000 api sono state dotate di un microchip per capire quali sono i fattori che più le minacciano
Che cosa sta succedendo alle api? Questa la domanda fondamentale cui, da una decina di anni, stanno cercando di dare risposta ricercatori di molti paesi, consapevoli del pericolo che una carenza di insetti impollinatori apporta ai sistemi agricoli. La causa della scomparsa delle api o Colony Collapse Disorder (CCD), nome con il quale si indica lo svuotamento degli alveari, non sembra essere una sola, anche se l’uso estensivo degli insetticidi a base di neonicotinoidi di sicuro ha dato un grosso aiuto alla morìa.
Ma poi, secondo molti, un contributo non di poco conto è giunto anche dal diffondersi di parassiti come la Varroa acari e la Nosema ceranae, dai mutamenti climatici e dall’impiego di altre classi di insetticidi come i piretroidi.
 
Per cercare di attribuire alle possibili cause il giusto peso, i ricercatori australiani del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization (CSIRO), l’agenzia scientifica nazionale australiana, hanno ideato un esperimento molto singolare, ma potenzialmente utilissimo: dotare 5.000 api di un microchip, e poi seguirne il destino per quattro mesi, ricostruendo tutta la loro vita e cercando di capire quali sono i fattori che più la minacciano.
 
I microchip, che sono quadrati (dimensioni: 2,5 x 2,5 mm, peso: 5 milligrammi) e si incollano sul dorso delle api, saranno posizionati dopo aver fatto addormentare le api con il freddo; in caso di api giovani, che hanno un dorso ricoperto da peli che potrebbero interferire con i segnali, verrà praticata anche una sorta di piccola depilazione, al fine di ottenere un’adesione perfetta. Una volta rilasciate (l’esperimento si svolge a Hobart, in Tasmania con la collaborazione degli apicoltori locali), poi, le api inconsapevolmente trasmetteranno il loro segnale a specifiche antenne poste sul territorio le quali, a loro volta, invieranno quanto captato alla centrale dati; qui, infine, un apposito software ricostruirà i movimenti dello sciame integrandoli con i dati della zona attraversata.
 
L’idea di fondo è quella di sfruttare l’abitudinarietà delle api: questi insetti sono infatti estremamente prevedibili nei loro spostamenti e, quando percorrono rotte diverse, c’è sempre un motivo che ne ha perturbato il volo. Se lo strumento si rivelerà utile e consentirà di valutare separatamente il peso delle sostanze chimiche usate nei campi, del clima, dei parassiti e così via, potrebbe essere utilizzato anche in altre zone del mondo per valutare gli stessi elementi, più altri fattori specifici.
 
Nel frattempo proseguono gli studi più classici: nelle ultime settimane ne sono stati pubblicati ben tre, due sui parassiti e uno sui danni di una classe di insetticidi diversa dai nicotenoidi.

I ricercatori messicani hanno dimostrato che il timolo, olio essenziale del timo, è molto efficace nel combattere l’acaro e non lascia residui
La prima ricerca è stata condotta in Messico, paese che è tra i primi cinque produttori al mondo di api, e riguarda uno dei parassiti più temuti: la Varroa acari, in grado di far diminuire anche del 65% le colonie presenti in un alveare. La verroa è un acaro e si insinua rapidamente nelle colonie; per combatterla si usano dosi massicce di insetticidi, che tuttavia possono lasciare residui nel miele e nella cera, fatto che ha reso spesso i prodotti messicani non accettabili per gli standard europei. Ora i ricercatori del Instituto Nacional de Investigaciones Forestales Agrícolas y Pecuarias (INIFAP) hanno dimostrato che il timolo, olio essenziale della pianta di timo (polverizzato, unito a uno zucchero e trasformato in lamine da inserire negli alveari), è molto efficace nel combattere l’acaro e non lascia residui.
 
Il secondo lavoro riguarda un altro temuto parassita, originario dell’Asia ma ormai diffuso in tutto il mondo: la Nosema ceranae. I ricercatori dell’Università di Berna hanno pubblicato su PLoS One uno studio in cui si dimostra che esso è molto più pericoloso per i maschi che per le femmine (regine e operaie), e che l’indebolimento dei primi ha effetti molto pesanti su tutto l’equilibrio del sistema e sulle generazioni successive, che sono sempre più deboli e meno numerose.
 
L’uso massiccio dei piretroidi, insetticida che ha sostituito i neonicotinoidi, è legato a una diminuzione significativa delle dimensioni delle operaie
Infine, non sono solo i neonicotinoidi a danneggiare le colonie: secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’Università di Londra, pubblicato sul Journal of Applied Ecology, l’uso massiccio dei piretroidi è legato a una diminuzione significativa delle dimensioni delle operaie. Lo studio, che sarà presentato alla prossima Bee Health Conference, è stato condotto seguendo per quattro mesi la vita di decine di colonie esposte in laboratorio a questa classe di sostanze e poi misurate accuratamente. Il dato è ritenuto molto importante, poiché da quando i neonicotinoidi sono stati sottoposti a moratoria, l’impiego di sostanze delle altre categorie di insetticidi, e in primo luogo proprio di quelle derivate dal piretro, è aumentato molto in tutta Europa, area tra le più colpite dalla moria di api.
 
Al momento si stima che in Europa vi siano oltre 24 milioni di colonie di api che contribuiscono alla produzione di 130.000 tonnellate di miele e all’impollinazione di moltissime specie; il valore di queste colonie sarebbe non inferiore ai 4 miliardi di euro, oltre all’inestimabile importanza biologica.
 
(Agnese Codignola – www.ilfattoalimentare.it)


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